Assistiamo, anche visibilmente, a una desertificazione dei nostri centri storici: tutte le città vedono la comparsa di cartelli con scritto ‘cedesi attività’ o ‘vendesi’ sulle vetrine di negozi, bar, botteghe e ristoranti. La situazione più allarmante e tragica è quella di Venezia, ma non meno significativo è ciò sta accadendo anche a Vicenza, Padova, Verona, Treviso, o nei centri cosiddetti minori.

Chiederò alla Camera di Commercio di ogni provincia del Veneto una fotografia dell’attuale situazione, iniziando così a calcolare i danni provocati dalla pandemia e dalle conseguenti chiusure obbligate. È necessario quantificare il numero di partite IVA cancellate ed i posti di lavoro distrutti ad oggi, perché queste realtà non sono tra quelle più attenzione dalle statistiche. Per i lavoratori del comparto del commercio non vale il divieto di licenziamento e neppure la copertura degli ammortizzatori sociali. La cosa peggiore è che queste persone, del tutto scoraggiate dall’attuale situazione, consapevoli della difficoltà che vive il loro comparto non si iscriveranno neppure alle liste dei disoccupati, divenendo i nuovi ‘silenziosi’ del mercato del lavoro.

Mentre i disoccupati hanno un’indennità, seppur minima e contingentata nel tempo, gli inoccupati, ovvero coloro che non si iscrivono, sono a rischio di esclusione sociale e di povertà. Altro aspetto gravissimo, emerso da un’inchiesta di un quotidiano veneto sulla città di Venezia, è la compravendita strategicamente organizzata da parte di operatori di nazionalità cinese. La Guardia di Finanza, con grande attenzione, sta effettuando un poderoso lavoro di verifica su questo fenomeno che ha caratterizzazioni ben precise: un potere finanziario enorme che porta ad acquistare nei luoghi più prestigiosi, spesso sfociando in episodi di evasione fiscale, di partite IVA che chiudono non appena i finanzieri si affacciano all’uscio per ricomparire poi con altro nome sulla medesima attività.

Oltre al danno economico tra disoccupazione, povertà in crescita e diminuzione dell’imprenditoria regolare italiana, rischiamo ora anche lo snaturamento della nostra economia ed il depauperamento del patrimonio immateriale fatto dal commercio di qualità delle nostre città. Quest’ultimo aspetto dovrebbe farci riflettere su cosa intendiamo per cultura locale ed ambiente; i turisti del mondo vorranno presto tornare in Italia, e non troveranno più la parlata veneziana ad accoglierli, la storica bottega vicentina o bar veronese, ma solo una omologante e priva di identità realtà commerciale: oltre all’economia rischiamo di perdere anche la nostra cultura.